i pezzi del meccano non bastavano mai per costruire quello che avevamo pensato – PiemonteTopNews

2022-09-10 12:51:07 By : Mr. Jason Liu

questa è la pubblicazione di una serie di racconti che rimandano al tempo passato. sono 12 +1. dodici come le ore (nell’ordine: la sveglia / l’uomo del plasmon / tra linee rette e curve / condor n. 5 / magellano / rai radiotelevisione italiana / bwv565 / italia ‘61/ 48714 / la 500 da corsa / la racchetta di rod laver / il giro di sol) più uno dedicato all’orologio del minareto della moschea di testour (tn) dove questa idea di ritornare indietro nel tempo è nata. in ogni racconto è riportata una pagina di immagini che rimandano al testo e quella dell’oggetto/scultura con l’inserimento di un orologio dal movimento antiorario. 

a dire la verità non so proprio come il meccano1 mi sia arrivato. boh. me l’avrà regalato qualcuno. non so chi. però lo ricordo proprio. ricordo il tanto tempo passato a costruire improbabili macchine fantastiche. mah. di sicuro era un meccano con il numero piccolo. che vuole dire con pochi pezzi. beh. era uno di quelli che costavano di meno. e già avere quello era un sogno. se i pezzi non bastavano a costruire quello che avevamo pensato bisognava immaginarsi quello che mancava. gesù. un bel esercizio per la fantasia. ma quando si è costretti a… sì. quel meccano è stata la chiave per entrare nel mondo della meccanica. anche se io amavo di più il legno. era più facile da piegare ai miei sogni. però spesso la realtà ci costringe a cambiare.

così dall’amicizia con il meccano sono passato a quella con martello, pinze, chiave inglese e persino calibro. sì. calibro decimale. io non ho mai avuto un triciclo o una bici con le rotelline. beh. non so cosa avrei dato per avere 3 cuscinetti a sfere. erano per fare il mio tzarettoun2. che non ho mai avuto. già. ho subito avuto una bici (specie di bici) grande. da uomo. tanto grande che impari ad andarci su pedalando di sbieco sotto il tubo centrale. con la bici inclinata. come facessi non lo so. so che lo facevo. è in quel periodo che divenni un ciclista. cioè uno che ripara bici. già perché era sempre rotta. ma pazienza. l’avevo dipinta con il pennello in verde. credo fosse l’unica vernice che avevo. per avere la motocicletta bastava una cartolina e una pinza da biancheria. già. la cartolina veniva pinzata sulla forcella di dietro. e quando la ruota girava i raggi ci sbattevano contro. poi anche qui tutto cambiò quando ritornai a torino.

via sant’agostino. vicino a porta pila3. ma non subito. anche se ora la bici me la aggiustava il gommista. non ricordo più il nome. so solo che ci aggiustava anche il pallone che aveva la camera d’aria. un giorno si suicidò. non era comunque il solo ad averlo fatto. anche il saltatore in alto con una gamba sola (l’altra l’aveva persa in guerra) poco dopo lo aveva seguito. il saltatore, come maciste, lo vedevo ogni domenica a porta palazzo. dopo la messa si andava in piazza per assistere allo spettacolo di un circo di malconci attori. il saltatore con il suo “salto da campione del mondo” (ricordo un salto sui 2 m) e maciste che, coricato a terra, si faceva spaccare con una mazza la lastra di pietra posata sollo stomaco. credo fossero amici. io li vedevo sempre in osteria. quando andavo a comprare il vino con il bottiglione. che però durava quasi un mese. però la meccanica (quella più seria. meno casalinga) arrivò con la scuola superiore. prima aggiustaggio poi lavorazioni meccaniche (tornio, fresa, saldatura, fucina). mi porto ancora dentro l’ansia da blu di metilene4. quando, dopo l’ultima passata con il triangolino (lima triangolare a grana fine), si controllava il piano del capolavoro. sì. si chiamava così il cubetto in ferro che dovevi mettere in squadro. poi veniva valutato dal professore. non ricordo più come si chiamasse. poco importa.

vabbè. anche questa era fatta. e durante le vacanze (pochi km da torino) a imparare a usare lapulissoira5. sull’alluminio. poi anche qui come sempre accade. sono cresciuto. anche se gli altri non mi credono. e son persino diventato un corridore in macchina. per davvero. certo da poco. ma intanto… e la macchina (una 500. di quelle vecchie. 1968) la preparavo io. che non è poco. ma la mia testa era rimasta legata alle costruzioni. meccaniche. quelle che si potevano montare e smontare. ora ho persino un meccano numero 5. così adesso provo a progettarne qualcuna. mentre calder6 se la ride.

1 Meccano – gioco di costruzione di modellini meccanici con elementi metallici perforati, viti, dadi e bulloni. Inventato e brevettato nel 1901 da Frank Hornby, venne poi prodotto dal 1908 al 1980 dalla Meccano Ltd di Liverpool. 2Tzarettoun – In Piemonte erano dei rudimentali carretti costituiti da una tavola di legno montata su cuscinetti a sfera. Nel dopoguerra di regola i cuscinetti erano tre, due posteriori e uno anteriore che poteva ruotare tramite una barra che serviva da sterzo.  3 Porta Pila – (o anche Pòrta Palass, in lingua piemontese) Porta Palazzo è una delle cinque parti del quartiere torinese Aurora. In Piazza della Repubblica, la maggiore della città, il mercato quotidiano all’aperto più grande d’Europa. 4 Blu di metilene – colorante usato per verificare la planarità. 5 Pulissoira – (piemontese – pulitrice) – Mola pulitrice – lucidatrice con spazzole circolari dischi in feltro o tela. 6 Calder Alexander (1898-1976) – scultore statunitense famoso per le opere di scultura definite mobile e stabile.

Lorenza Abrate, Paolo Barosso, Roberta Bruno, Massimo Centini, Fabrizio Gerolla, Antonio Lo Campo, Massimo Davì, Germano Longo, Roberto Lugli, Enzo Maolucci, Chiara Parella, Beppe Ronco, Delfino Maria Rosso, Pier Carlo Sommo,  Roxi Scursatone, Mirco Spadaro, Danilo Tacchino,  Patrizia Veglione.

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Vice direttore: Ivano Barbiero

Per il mese di dicembre, proponiamo il sonetto della poetessa torinese Raffaella Frassati.

Sota ’n sol gargh as na va nèch ël di L’ùltim color dle feuje… dëstissà Le vigne grise màire dëspojà Ij crisantem ch’as chin-o dësfiorì

Ma ’l gran a seurt, ël but a docia ardì Tënnra dësfida al gel, lë vlu dël pra A s’ansatiss ëd vita dë stërmà Neu misterios ch’a lija passà e avnì

Antant le professìe për pì ’d na sman-a A arpeteran la gòj universal D’anginojesse dnas a na caban-a

Për sòn i veuj cantete, mèis final Sernù da Dé për pijé soa vesta uman-a Ant la neuit che i ciamoma Sant Natal.

Sotto un sole pigro se ne va triste il giorno / l’ultimo colore delle foglie spento / le vigne grigie, magre e spoglie / i crisantemi chini e ormai sfioriti. // Ma il grano spunta, il virgulto spinge ardito, / tenera sfida al gelo, il velluto del prato / si spessisce di vita nascosta, / nodo misterioso che lega passato e avvenire. // Intanto le profezie per più di una settimana / ripeteranno la gioia universale / d’inginocchiarsi davanti a una capanna. // Per questo voglio cantarti, o mese finale / scelto da Dio per assumere la veste umana, / nella notte che chiamiamo del Santo Natale.

 (a cura di Sergio Donna)

In questa rubrica riportiamo alcuni proverbi di tradizione popolare e contadina, in lingua piemontese sul mese di agosto.

Quand a pieuv d’Agost, a pieuv amel e most (Quando piove d’Agosto, piove miele e mosto)

L’ùltim fì as cheuj mai (L’ultimo fico non si raccoglie mai

La matinà a l’é la mare dla giornà (La mattinata è la madre della giornata)

A San Lorens, l’uva dai brombo a pend (A San Lorenzo, l’uva dai tralci pende)

La via dël vissi, a men-a al presipissi (La via del vizio, conduce al precipizio)

a cura di Sergio Donna (da Armanach Piemontèis 2019, Ël Torèt | Monginevro Cultura)

Lorenza Abrate, Paolo Barosso, Ernesto Bodini, Cesare Borrometi, Roberta Bruno, Alberto Calliano, Nina Catizone, Massimo Centini, Sergio Donna, Antonio Lo Campo, Germano Longo, Roberto Lugli, Enzo Maolucci, Maria Antonietta Maviglia, Beppe Ronco, Pier Carlo Sommo, Mirco Spadaro, Danilo Tacchino.

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